: L'innovazione per le PMI al centro dell'evento del prossimo 24 febbraio 2026 | Lainate (Milano) | La Pista
Un report di TEHA Group con A2A fotografa con molti dati la crescita del settore (l’Italia è al 13° posto mondiale) e spiega come i data center possano diventare abilitatori di benefici concreti sociali, ambientali ed economici
Nel mondo a fine 2024 risultano censiti 10.332 data center distribuiti in 168 Paesi, oltre la metà dei quali negli Stati Uniti (5.426), seguiti dall’Unione Europea (2.254), seconda potenza mondiale per capacità installata. Tra i Paesi, l’Italia si posiziona al 13° posto mondiale con 168 strutture, con la Lombardia come polo in rapida crescita, in particolare la zona di Milano, che concentra il 46% della potenza nazionale, e che come potenza installata ha già superato Madrid e Zurigo.
Questi alcuni dei dati più significativi dello scenario dei data center in Italia e nel mondo che emerge dal Position Paper “L’Italia dei data center. Energia, efficienza, sostenibilità per la transizione digitale”, realizzato da TEHA Group (The European House Ambrosetti) con A2A, e presentato nei giorni scorsi al Forum di Cernobbio.
Secondo il report, l’Italia sta guadagnando un ruolo sempre più centrale nello scenario internazionale, mentre i grandi hub storici europei (Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi, Dublino) mostrano segnali di saturazione. Come accennato, le 168 strutture rilevate nel 2024, per una potenza installata di 513 MW, posizionano l’Italia al 13° posto a livello mondiale. Milano, con una capacità installata di 238 MW, rappresenta il 46% della capacità nazionale.

Quanto alla domanda di energia, secondo le previsioni citate dal report a livello globale i consumi di data center quadruplicheranno entro il 2035, passando dai 371 TWh del 2024 a quasi 1.600 TWh, equivalenti al 4% dei consumi elettrici totali mondiali (era l’1% nel 2024).
In Italia, si stima che tra dieci anni la potenza installata di data center potrebbe raggiungere i 2,3 GW (più di 4 volte quella attuale) nello scenario tendenziale (cioè “neutro”) e i 4,6 GW (nove volte la potenza attuale) nello scenario “full potential”, e i loro consumi elettrici oscillare tra il 7% il 13% del totale nazionale.
Lo sviluppo di queste infrastrutture ha anche un impatto economico rilevante. Secondo il report nel 2024 la Data Economy - definita come l'insieme delle attività che creano valore a partire dal ciclo di vita dei dati - ha raggiunto un valore di 60,6 miliardi di euro (il 2,8% del PIL), e rappresenta uno dei principali driver della nostra crescita: si prevede che lo sviluppo del settore può contribuire fino al 6% della crescita annua del PIL nazionale al 2035 nello scenario tendenziale, generando oltre 77 mila nuovi posti di lavoro, e fino al 15% in uno scenario di pieno sviluppo, con un potenziale di oltre 150 mila occupati.
Tuttavia, lo sviluppo dei data center comporta molte sfide. Da un lato, la crescente domanda di energia implica la necessità di garantire una fornitura stabile e sostenibile, favorendo l'integrazione delle energie rinnovabili con sistemi termoelettrici a ciclo combinato di ultima generazione – di cui l’Italia si stava già dotando con i progetti per garantire continuità e stabilità alla rete - che attualmente rappresentano la principale fonte di energia del Paese.
Dall’altro lato, il loro efficientamento energetico rappresenta un obiettivo decisivo per lo sviluppo sostenibile del settore. In questo contesto, l’Unione Europea ha indicato una serie di Key Performance Indicators (KPI) per valutare la sostenibilità dei data center, il 75% dei quali è direttamente legato all’efficienza energetica.
“Queste infrastrutture impatteranno considerevolmente sulla richiesta di energia ma, grazie alle nuove centrali termoelettriche a ciclo combinato di ultima generazione e alla forte crescita delle rinnovabili, il mix energetico italiano è già oggi in grado di sostenere la produzione necessaria”, ha detto Renato Mazzoncini, Amministratore Delegato di A2A, alla presentazione del report a Cernobbio. “La vera svolta è però che i data center, se ben integrati, possono anche dare un valido contributo alla decarbonizzazione delle città: recuperando il calore generato è possibile fornire energia termica a oltre 800mila famiglie grazie alle reti di teleriscaldamento, come già facciamo a Brescia e come presto faremo a Milano”.
La tesi del report è infatti che in uno scenario di pieno sviluppo, i data center possono diventare molto più di semplici infrastrutture energivore: se inseriti in una visione strategica di sistema, possono agire come abilitatori di benefici concreti sul piano sociale, ambientale ed economico. A livello nazionale, uno sviluppo guidato da efficienza energetica, pianificazione territoriale e integrazione di fonti rinnovabili può stimolare crescita industriale e innovazione, contribuendo al contempo a ridurne gli impatti.
Più in dettaglio, il report di TEHA indica quattro leve strategiche di efficienza, la cui adozione coordinata consente di massimizzare le performance del sistema, ridurre le emissioni e promuovere un modello industriale circolare:
- il recupero di calore attraverso le reti di teleriscaldamento,
- l’utilizzo di aree brownfield (aree dismesse) per la realizzazione di nuovi impianti,
- l’impiego di Power Purchase Agreements (PPA) per garantire forniture energetiche green, stabili e tracciabili
- la valorizzazione dei RAEE (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) prodotti dai data center.
Secondo le stime di TEHA, l’adozione integrata di queste quattro leve in uno scenario di sviluppo “full potential” del settore dei data center consentirebbe di evitare 5,7 milioni di tonnellate di CO₂ di emissioni annue, un volume pari a quelle generate da 1,7 milioni di cittadini, e un beneficio economico totale di circa 1,7 miliardi di euro.

Nello specifico, l’allaccio dei data center alle reti di teleriscaldamento abiliterebbe la valorizzazione di 9,5 TWh di energia termica, sufficienti a soddisfare il fabbisogno di circa 800.000 famiglie, evitandole emissioni di 2 milioni di tonnellate di CO2, pari a oltre il 5% delle emissioni degli attuali consumi residenziali. Un percorso che non è solo prospettiva, ma già realtà. A Brescia, il data center Qarnot inaugurato lo scorso giugno presso la centrale Lamarmora consente di recuperare calore di scarto per alimentare il teleriscaldamento, riscaldando 1.350 appartamenti e portando benefici diretti a famiglie e ambiente. A Milano, dal 2026, il progetto “Avalon 3” permetterà di immettere nella rete oltre 15 GWh di energia termica all’anno, contribuendo a riscaldare migliaia di abitazioni.
L’impiego di aree brownfield invece consentirebbe al settore di contribuire alla rigenerazione urbana, di ridurre il consumo di suolo vergine e accelererebbe i tempi di connessione alla rete. Secondo le stime, in Italia sono disponibili circa 3,7 milioni di metri quadrati di aree dismesse, di cui il 16% dispone di un allaccio in media o alta tensione. Questi spazi sono pari alla superficie occupata da 50.000 alberi, e potrebbero ospitare impianti per una potenza IT di 600 MW.
L’adozione di PPA permetterebbe ai data center di coprire fino al 74% del loro fabbisogno energetico con fonti rinnovabili, garantendo forniture stabili e tracciabili e favorendo nuovi investimenti in capacità verde. In uno scenario di pieno sviluppo, questa leva può contribuire a una riduzione stimata di circa 3,7 milioni di tonnellate di CO2 annue.
Infine, la valorizzazione dei RAEE prodotti dal data center consentirebbe di recuperare valore economico attraverso il riciclo, e ridurre l’impatto ambientale del settore. Secondo le stime, i data center italiani potrebbero generare oltre 147 mila tonnellate di RAEE all’anno, di cui circa 74 mila riciclabili, attivando una filiera nazionale del trattamento e generando un valore economico annuo di 133 milioni di euro.
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