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Presentati al Politecnico di Milano i primi dati della JRP Nucleare: il piano prevede fino a 16 GWe di potenza entro il 2040 per abbattere i costi del sistema elettrico e alimentare i Data Center e l'intelligenza artificiale.
Il dibattito sulla transizione energetica nazionale segna un punto di svolta decisivo con il ritorno ufficiale dell'energia atomica nei piani di sviluppo del Paese. A un anno dalla sua costituzione, la Joint Research Partnership Nucleare (JRP Nucleare) ha presentato presso l'Aula Magna del Politecnico di Milano, alla presenza di Gilberto Pichetto Fratin, Ministro dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, i primi risultati scientifici sugli scenari di pianificazione energetica.
Le proiezioni indicano che entro il 2040 la domanda elettrica italiana supererà la soglia critica dei 400 TWh, un'espansione dei consumi che impone una scelta di campo per preservare la competitività industriale nel G7 e centrare gli obiettivi europei di decarbonizzazione. Il Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica punta a definire l'intero quadro giuridico e normativo della legge delega entro la fine dell'anno, offrendo così certezze legislative agli investitori e inaugurando un programma nucleare sostenibile integrato nel Piano Nazionale Integrato per l'Energia e il Clima.
L'Italia si affaccia a questa nuova stagione potendo contare su un ecosistema di competenze d'eccellenza e sulla seconda filiera industriale nucleare d'Europa dopo la Francia, un patrimonio manifatturiero rimasto competitivo sui mercati esteri nonostante l'assenza di reattori attivi sul territorio nazionale. La JRP Nucleare – che unisce il Politecnico a grandi player come Enel, Eni, Edison e Ansaldo Nucleare – evidenzia come il sistema tecnologico europeo goda già oggi di un'autonomia superiore al novanta percento lungo l'intero ciclo produttivo, dalla progettazione allo smantellamento. L'approvvigionamento dell'uranio naturale grezzo rimarrebbe l'unica dipendenza estera, facilmente gestibile attraverso accordi commerciali stabili con partner alleati quali Canada e Australia. I modelli matematici elaborati dai ricercatori dimostrano che l'introduzione di un contributo nucleare stimato tra gli 8 e i 16 GWe garantirebbe una massiccia efficienza economica rispetto a scenari basati unicamente sulle fonti rinnovabili discontinue.
La stabilità della rete elettrica rappresenta infatti il nodo centrale dello studio. Sebbene le fonti verdi siano fondamentali per ridurre il costo marginale della generazione, il mantenimento di almeno un venti percento di capacità programmabile nel mix energetico è giudicato indispensabile per assicurare l'adeguatezza del sistema e contenere i costi di dispacciamento, consentendo un risparmio complessivo quantificabile in centinaia di miliardi di euro nel lungo periodo. Dal punto di vista industriale, la reintroduzione dell'atomo promette di consolidare la base manifatturiera interna, riducendo la dipendenza strategica dall'importazione di materiali critici. Per attrarre i capitali necessari e ridurre il rischio imprenditoriale legato a investimenti così complessi, le aziende firmatarie della partnership invocano tuttavia una governance solida e procedure autorizzative differenziate in base alle diverse tecnologie impiegate.
Un capitolo di grande attualità analizzato nel report riguarda il forte legame tra lo sviluppo energetico e la sovranità tecnologica digitale, oggi minacciata dall'esplosione dei consumi dei Data Center e dall'intelligenza artificiale. Queste infrastrutture computazionali richiedono un approvvigionamento di energia continuo, stabile e a zero emissioni, requisiti che si sposano perfettamente con le caratteristiche dei futuri piccoli reattori modulari e reattori avanzati. In questa nuova configurazione di mercato, i grandi colossi del settore tecnologico potrebbero operare come acquirenti di lungo periodo tramite contratti di fornitura dedicati, partecipando direttamente al finanziamento dei reattori e accelerando l'indipendenza e la transizione energetica dell'intero sistema Paese.
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