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Italian Lifestyle: l'open innovation che incontra il territorio

Nel difficile percorso di crescita delle startup italiane, il collegamento con il territorio e l’open innovation insieme alle grandi imprese possono essere importanti fattori di spinta. Il progetto Italian Lifestyle è un esempio di questo approccio.

Startup

Spesso, quando si parla della difficoltà di fare innovazione tecnologica in Italia, il modello implicito che ci si pone è la Silicon Valley dei bei tempi: un ecosistema di innovazione continua che fa leva su una ampia disponibilità di capitali e di competenze. In realtà quel modello non è quasi più valido nemmeno nella Silicon Valley stessa, perché il mantra di portare sempre maggior valore agli azionisti spinge le grandi imprese a rischiare poco, di fatto esternalizzando buona parte dell'innovazione al mondo delle startup e delle scaleup. L'innovazione diventa quindi una open innovation, ed è proprio questo modello di contaminazione e collaborazione tra aziende già consolidate e neo-imprese che può dare il meglio anche da noi in Italia. Dove, tra l’altro, la collaborazione tra aziende, in una logica di sviluppo comune, è un concetto ben recepito sin dal tempo dei distretti industriali.

C'è però contaminazione e contaminazione. Le iniziative di open innovation in Italia non mancano, ma spesso non superano la fase degli - interessanti e stimolanti, ma piuttosto sterili - showcase di startup promettenti messe di fronte a grandi imprese potenzialmente interessate. In realtà creare una collaborazione concreta tra realtà così diverse non è affatto semplice, ed è anche per questo che Italian Lifestyle - il programma di accelerazione e open innovation promosso da Intesa Sanpaolo Innovation Center e Fondazione CR Firenze, in collaborazione con Nana Bianca e Fondazione per la Ricerca e l’Innovazione dell’Università di Firenze - ha scelto di puntare su due caratteristiche specifiche: startup con spalle già abbastanza solide (in alcuni casi, vere e proprie scaleup) e un forte collegamento con il territorio, in modo avere ricadute positive più rapide e immediatamente verificabili.

"Come programma di accelerazione - spiega Alessandro Sordi, Co-founder e CEO di Nana Bianca - Italian Lifestyle è arrivato al suo quarto anno ed è quindi già molto integrato nel sistema startup italiano. È un programma di open innovation che avvicina in primis, ma non solo, le grandi corporation italiane dei settori Food, Fashion e Turismo, che sono i temi anche della città di Firenze... Nana Bianca fa scouting di scaleup e startup, e porta avanti un lavoro di integrazione e di project building tra loro e le corporate, puntando a portare valore sul territorio".

La chiave di tutto, per molti versi, è sempre fare ecosistema, ma in una visione di particolare concretezza. Come spiega Viviana Bacigalupo, Direttrice Generale Intesa Sanpaolo Innovation Center, "L'innovazione è un concetto sempre un po' astratto, ma il suo obiettivo finale è comunque avere un impatto positivo sulle persone e creare un circolo virtuoso di ricadute positive sul territorio. Favorire l'incrocio fra la domanda e l'offerta di innovazione permette, in questo, di creare un mindset di cambiamento ed evoluzione continui". Una evoluzione di cui oggi è difficile fare a meno, sottolinea Gabriele Gori, Direttore Generale Fondazione CR Firenze: "Se vogliamo che questo Paese riprenda a crescere non possiamo non fare quello che le altre nazioni hanno già messo in atto, in particolare avvicinare la nuova impresa alla grande impresa, in un modello che crediamo sia efficace per favorire concretamente l'innovazione".

Il momento giusto per concentrarsi sugli ecosistemi locali di innovazione, anche spinta, è proprio adesso: "Stiamo entrando nella fase in cui l'Intelligenza Artificiale entra nell'industria e nella manifattura - sottolinea Alessandro Sordi - e questo è un passaggio fondamentale per un Paese come l'Italia. Il nostro ruolo non è competere sviluppando l'AI di base, ma le nostre imprese possono fare la differenza con l'integrazione ottimale dell'AI nei processi industriali e creando così ambienti di manifattura intelligente".

Le idee ci sono

Le startup che sono state selezionate nel quarto batch di Italian Lifestyle, e che hanno avuto il loro Demo Day a fine gennaio, dimostrano che il problema dell'innovazione italiana non è certamente la mancanza di idee dei nuovi imprenditori. Aloe ha creato una piattaforma per la vendita di esperienze nel mondo hospitality, Biotitan sviluppa formulazioni nanotecnologiche a base d’acqua per la manutenzione e la pulizia dei materiali, Biova combatte lo spreco alimentare trasformando eccedenze e scarti in nuovi prodotti food/beverage, Elementag ha sviluppato una tecnologia per usare nanoparticelle codificate nei materiali come sistema di tracciabilità e autenticità, Knitronix produce tessuti metallici con integrati vari tipi di sensori, Why Only White ha creato una piattaforma di realtà aumentata senza visori per lo sviluppo prodotto e la prototipazione.

Il merito di Italian Lifestyle sta anche e soprattutto nell'aver creato relazioni dirette e concrete tra le startup selezionate e i corporate partner che partecipano all'acceleratore: nomi come Alpitour World, Bauli, Cisco, Colorobbia, Gucci, Iren, Sanpellegrino, Starhotels, Terna. Si tratta di relazioni che, hanno confermato le aziende coinvolte, sono state molto positive sia in termini della prevista collaborazione tecnologica, sia perché hanno permesso a ciascun partner di imparare dall'altro: le startup imparano soprattutto come "pensare da grandi", le aziende consolidate assorbono idee e carica innovativa.

Da questo punto di vista, è significativo - e vale per tutti i corporate partner, che hanno espresso commenti dello stesso tenore - il parere di Elena Calegari, Global Innovation & International R&D Lead Director di Bauli Group: "Aprire l'azienda a contaminazioni esterne, confrontarsi con realtà di dimensioni e anche velocità completamente differenti, permette di recepire un cambiamento culturale... Non è solo un'opportunità di business, che ovviamente è sempre importante, ma è un'opportunità di contaminazioni che danno una diversa prospettiva anche a determinati aspetti all'interno dell'azienda".

Sulla stessa lunghezza d'onda è Alessandro Balboni, responsabile delll'Innovation Business Development per l'Innovation Center di Intesa Sanpaolo: "Innovazione di processo, innovazione di prodotto, innovazione di modelli di business: in un'azienda sono tante le aree che possono essere innovate". E l'open innovation di Italian Lifestyle ha il merito di far percepire fortemente questa carica innovativa: "È emerso l'interesse - racconta Balboni - non solo delle persone che fanno direttamente innovazione tecnologica nelle aziende corporate, ma queste sono riuscite anche a coinvolgere le loro reti e i loro collaboratori dentro l'azienda. E non è facile mettere a terra progetti concreti con questa capacità".

Investimenti da strutturare

Tutto bene, quindi? Gli aspetti positivi che Italian Lifestyle riesce a mettere in evidenza sono molti, le idee imprenditoriali non mancano, l'interesse alla open innovation nemmeno. Ma resta sullo sfondo la cronica difficoltà italiana, e in parte anche europea, a mettere in circolo i capitali di cui le startup e le scaleup hanno bisogno nel tempo.

Agevolare l'accesso a questi fondi è anche una questione di organizzazione e semplificazione, mette in evidenza Gabriele Gori: "Secondo me i capitali ci sono, su questo non sono pessimista. Il problema è che la filiera a supporto delle startup è ancora troppo frammentata, manca un approccio di sistema che organizzi i soggetti interessati a questo tipo di investimento. E sul territorio ce ne sono molti, pronti singolarmente ad investire con i propri capitali. Dare loro struttura permetterebbe anche ai possibili beneficiari di accedere meglio alle potenzialità del mercato finanziario". E in questo senso un giudizio positivo viene dato al lavoro che sta portando avanti Cassa Depositi e Prestiti e a cui CR Firenze partecipa: "crediamo sia un modo giusto per affrontare tutti i vari stadi evolutivi nel finanziamento delle startup".

Meglio comunque affrettarsi e non continuare a sottovalutare la questione, come sottolinea Alessandro Sordi: "Oggi i fondi per i seed si trovano e gli angel investor che aiutano una startup a partire ci sono. Il problema è dopo: i venture capital italiani erano pochi dieci anni fa e sono rimasti pochi, in più hanno spostato i loro target più in alto e oggi chiedono utili e margini prima di fare i loro investimenti".

La conseguenza è che una startup anche solida, che cioè ha superato la sempre difficile fase iniziale di crescita, ma che non è ancora in grado di produrre utili, si trova in un limbo da cui è difficile uscire. "Ed è un peccato - spiega Sordi - perché chi ha la forza per farcela ce la fa lo stesso, ma molto più lentamente. Altri cambiano modello di business, chiudono o vanno all'estero alla ricerca di fondi. E magari trovano il successo proprio fuori dall'Italia". Un fenomeno che abbiamo già visto e da evitare, e che proprio una applicazione concreta della open innovation può aiutare ad eliminare.

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