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Sostenibilità e digitalizzazione: la spinta arriva dai consumatori però le micro-imprese faticano a tenere il passo

La nuova ricerca dell’Osservatorio per la Sostenibilità Digitale evidenzia una frattura tra le due categorie chiave del sistema socioeconomico italiano

Ricerche e Trend Transizione Energetica / Sostenibilità

Oggi il 29% dei consumatori italiani ha raggiunto un’integrazione consapevole di digitalizzazione e sostenibilità, mentre solo il 21% dei titolari di microimprese si trova allo stesso livello.  E ancora: il 44% del tessuto produttivo italiano, quasi una impresa su due, vive in una condizione di doppio ritardo, analogico e insostenibile, contro il 34% dei consumatori.  Si tratta di una frizione strutturale tra una domanda che si è mossa e un’offerta che non riesce a seguirla.

Sono queste le prime evidenze che emergono dalla quinta edizione dell’Osservatorio per la Sostenibilità Digitale, dal titolo: Digitale e Sostenibilità nell’Italia che produce e consuma. Il nuovo rapporto introduce una prospettiva inedita per il panorama italiano: il confronto diretto tra domanda (cittadini) e offerta (microimprese), superando la storica separazione tra l’analisi dei comportamenti dei consumatori e quella delle dinamiche aziendali. Per la prima volta, l’analisi permette di comprendere non solo la direzione del mercato, ma come la domanda dei cittadini possa stimolare o frenare l’innovazione dell’offerta.

La nuova edizione della ricerca - pubblicata a pochi giorni dalla Giornata Mondiale della Terra - nasce dalla storica sinergia tra la Fondazione per la Sostenibilità Digitale e l’Istituto di Studi Politici San Pio V e quest’anno si avvale della partnership strategica di Confcommercio e Adiconsum (nell’ambito del progetto DICO Sì, Finanziato dal MIMIT D.D. 12 maggio 2025). I dati raccolti in modalità CATI/CAMI sono stati analizzati utilizzando l’indice DiSI (Digital Sustainability Index), ideato dalla Fondazione stessa.

Superare il divario per governare il cambiamento

Il divario rilevato tra intenzioni e azioni, e tra capacità progettuale delle imprese e resistenza al cambiamento, rappresenta una delle sfide principali per il 2026.

Se in apparenza gli imprenditori si autovalutano mediamente più preparati rispetto ai consumatori (alla domanda “Quanto pensi di sapere di digitale” il 68,5% dei titolari di micro-imprese si ritiene abbastanza preparato, contro il 49,2% dei consumatori), il loro indice sintetico di digitalizzazione, costruito non sull’autopercezione ma sugli effettivi comportamenti e adozione di strumenti, è inferiore rispetto a quelli dei consumatori: 0,403 contro 0,458.

Il divario non è un dettaglio statistico: è sistematico su tutte le dimensioni misurate

“I dati dell’Osservatorio ci restituiscono una fotografia che dovrebbe far riflettere chiunque abbia responsabilità di policy industriale nel nostro Paese”, spiega Stefano Epifani, Presidente della Fondazione per la Sostenibilità Digitale. “La trasformazione digitale è il risultato di milioni di decisioni quotidiane che avvengono su due fronti simultanei, quello della domanda (scelte di consumo, scelte di fiducia, scelte di adozione di tecnologie) e quello dell'offerta (decisioni di investimento in innovazione, scelte di quali servizi offrire, strategie di comunicazione), in un contesto sempre più fortemente intermediato dalle piattaforme digitali”.

Scelte di consumo sostenibili e cambiamento climatico

Il DiSI 2026 evidenzia come la disponibilità a fare scelte di consumo sostenibili si scontra con una barriera semplice e robusta: il prezzo. Il 64,7% dei consumatori dichiara di dare la priorità a prodotti sostenibili ambientalmente, ma solo se non costano di più.La stessa disponibilità scende al 57,5% quando il questionario introduce l'ipotesi di un costo aggiuntivo. Sette punti percentuali separano la sostenibilità gratis da quella a pagamento. Per le imprese significa che l’offerta sostenibile non può limitarsi a essere “giusta”, ma deve anche risultare accessibile, comprensibile e proporzionata al sacrificio richiesto.

Un altro tema affrontato è il cambiamento climatico come emergenza da affrontare subito: il 64,9% dei consumatori lo considera uno dei principali problemi su cui intervenire immediatamente. Tra ititolari di micro-impresa, la stessa risposta raccoglie solo il 45,6% - quasi venti punti percentuali in meno. È il divario più ampio registrato sull'intera batteria di domande comuni alle due indagini, e segnala una frattura valoriale profonda tra chi consuma e chi produce nel sistema economico italiano.

E l’Intelligenza Artificiale?

Sul fronte invece dell’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale, il DiSI 2026 rivela che non è ancora per tutti: l'uso regolare di ChatGPT resta un fenomeno ancora fortemente selettivo, che si concentra soprattutto nei profili dotati di maggiore familiarità digitale. Tra i consumatori cosiddetti Digitali, l’uso regolare raggiunge il 38,5%, mentre tra i consumatori Analogici (quelli cioè meno inclini all’uso del digitale) crolla al 3,0%.

Anche tra i titolari di impresa il pattern è sostanzialmente coerente: l’uso regolare arriva al 28,5% tra i Digitali e si ferma al 4,4% tra gli Analogici. Tra i consumatori nel complesso, l’uso regolare di ChatGPT si ferma al 20,8%; tra i titolari di impresa scende al 14,4%. Questo significa che l’adozione regolare non coincide affatto con una normalizzazione piena dell’AI, ma resta un comportamento concentrato soprattutto nelle fasce più attrezzate.

La ricerca evidenzia inoltre che questa tecnologia è ormai visibile anche nel mondo delle microimprese, ma il suo utilizzo resta ancora in larga parte periferico.Il 53,9% dei titolari dichiara di non usarla affatto; il 24,6% afferma di impiegarla occasionalmente per singole attività;il 20,3%la utilizza in modo regolare in alcune funzioni mentre l’1,2% la considera già integrata stabilmente nei processi di lavoro.

In generale, l’AI viene utilizzata per le attività più immediate e non è integrata nei processi aziendali: il 23,9% delle aziende la usa per preventivi, offerte e documenti aziendali, il 18,2% per comunicazione, marketing e contenuti, il 13,2% per gestione clienti e vendite. Solo il 4,9% la utilizza per organizzazione del lavoro e attività interne.

Il risultato forse più interessante relativo all’utilizzo dell’IA, è che il principale ostacolo alla sua adozione non è la paura. Il 46,9% delle imprese afferma che non ha chiaro l’utilizzo concreto mentre il 33,0% aggiunge che non è evidente un beneficio economico o operativo.  I timori relativi a errori, responsabilità o affidabilità si fermano invece all’1,5%, mentre il 18,6% dichiara che non esistono ostacoli rilevanti.
Guardando ai prossimi 3–5 anni, il 63,5% delle imprese ritiene che l’intelligenza artificiale avrà un impatto sostanzialmente neutro sulla propria azienda, mentre soltanto il 24,5% la considera un vantaggio limitato e l’8,8% un vantaggio rilevante.

“Si delinea una dicotomia: se da una parte l'intelligenza artificiale è percepita come un'innovazione di valore, manca ancora la consapevolezza della sua centralità quale leva competitiva imprescindibile” ha concluso Stefano Epifani. “Il gap non è l’accesso alle tecnologie, ormai a disposizione di tutti, ma la capacità di tradurle in applicazioni concrete, in innovazione di processo, integrandole nei modelli di business. E’ anche su questo terreno che si gioca la partita delle politiche pubbliche”.

Secondo quanto afferma Andrea Di Palma, Segretario nazionale Adiconsum: "Quasi un italiano su tre è oggi un consumatore Sostenibile Digitale, capace di scegliere non solo per prezzo o marca, ma per impatto ambientale, trasparenza e sicurezza dei dati. È un risultato importante, ma non basta. Con il progetto DICO Sì, Finanziato dal MIMIT. D.D. 12 maggio 2025, lavoriamo ogni giorno per ridurre il divario e trasformare la consapevolezza in una leva concreta di cambiamento del mercato, perché imprese e consumatori sono sullo stesso palcoscenico della transizione ecologica e digitale".

Per quanto riguarda Luciano Gaiotti, Direttore Centrale di Confcommercio, la ricerca evidenzia che il 44% delle microimprese italiane si trova in una condizione di doppio ritardo - digitale e di sostenibilità - per mancanza di accompagnamento. "Gli imprenditori delle piccole imprese hanno bisogno che qualcuno gli mostri concretamente cosa cambia, quanto costa, quanto rende: e che lo faccia nella sua lingua, nel suo territorio, con riferimenti al suo settore specifico. È esattamente questa la logica con cui Confcommercio ha costruito EDI, il nostro Ecosistema Digitale per l'Innovazione” conclude il Direttore Centrale di Confcommercio.

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