Le aree del Paese più esposte risultano le regioni del Nord, in particolare Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte, dove la presenza di filiere fortemente orientate all’export rende il sistema particolarmente sensibile a variazioni di margine. In queste aree, migliaia di lavoratori rischiano di essere coinvolti direttamente o indirettamente da tagli e ridimensionamenti produttivi.
I nuovi dazi Usa al 15% rischiano di colpire una quota di export italiano superiore ai 42 miliardi di euro, con perdite annuali oltre i 6,3 miliardi, mettendo in pericolo tra i 15.000 e i 18.000 posti di lavoro ancora a rischio nel nostro Paese.
Sono i risultati dell’indagine condotta da ReportAziende.it, piattaforma online specializzata nell'analisi del rischio d'impresa, sull’impatto del nuovo accordo commerciale tra Unione Europea e Stati Uniti firmato il 27 luglio.
Le aree del Paese più esposte risultano le regioni del Nord, in particolare Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte, dove la presenza di filiere fortemente orientate all’export rende il sistema particolarmente sensibile a variazioni di margine. In queste aree, migliaia di lavoratori rischiano di essere coinvolti direttamente o indirettamente da tagli e ridimensionamenti produttivi.
L’impatto economico varia sensibilmente a seconda del settore. La farmaceutica branded, con 12 miliardi di export verso gli Stati Uniti, potrebbe subire una contrazione da 1,8 miliardi di euro. La meccanica industriale, che rappresenta uno dei comparti più solidi del nostro export, rischia una perdita analoga. Anche comparti come l’automotive, la moda di fascia alta, il vino doc/dop, il design e l’elettronica medicale subiranno contraccolpi significativi, con una riduzione stimata tra 300 milioni e 900 milioni di euro ciascuno.
Secondo l’analisi di ReportAziende.it, l’accordo Ue-Usa rappresenta sì un punto di equilibrio negoziale, ma non garantisce la tenuta del sistema produttivo italiano. Le imprese saranno ora chiamate ad affrontare una nuova fase, fatta di riorganizzazione interna, revisione delle strategie di prezzo e investimento in innovazione. Senza misure strutturali a supporto, il rischio è che questa pressione fiscale indiretta finisca per compromettere la crescita di molti settori trainanti dell’economia nazionale.
“Con l’aliquota al 15% si evita lo shock che ci sarebbe stato con una tariffa più alta - spiega il team analisi di ReportAziende.it - ma restano danni consistenti. Le imprese colpite hanno margini ridotti per assorbire costi doganali aggiuntivi, soprattutto se operano in filiere ad alta intensità di manodopera. È fondamentale reagire subito, con strumenti pubblici e privati, per trasformare questa fase in un’occasione di rilancio”.
Nota metodologica sui posti di lavoro a rischio: le stime occupazionali sono basate su modelli di correlazione tra perdita di export e occupazione diretta/indiretta per settore (ESA2010, ISTAT, Unioncamere). Lo scenario originario, con dazi al 30%, indicava fino a 145.000 posti a rischio. Grazie all’accordo del 27 luglio e alla riduzione delle tariffe al 15%, il numero di posti potenzialmente coinvolti si è abbattuto di oltre il 70%, con un impatto residuo stimato tra 15.000 e 18.000 unità a livello nazionale.
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