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Da Industria 4.0 a Transizione 5.0: otto anni di incentivi alla digitalizzazione

Dal piano originario del 2016 alla Legge di Bilancio 2025 molto è cambiato: dal target dei destinatari, all’ambito di applicazione, agli strumenti messi a disposizione delle imprese

Manufacturing

L’espressione “Industria 4.0” indica la digitalizzazione del settore manifatturiero come quarta rivoluzione industriale della storia, dopo quelle originate dalla macchina a vapore, dall’elettricità e dal motore a scoppio (che hanno abilitato la produzione di massa), e dalla prima informatizzazione.

In Italia però Industria 4.0 ha un significato ben più preciso dal 21 settembre 2016, quando il Governo italiano ha varato appunto il “Piano Industria 4.0”, detto anche “Piano Calenda” dal nome dell’allora Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, che ne fu il principale promotore.

Il piano è stato generalmente riconosciuto soprattutto nelle prime fasi come un grande successo di politica industriale. Ed è rimasto in vita in questi oltre otto anni evolvendo più volte, sia nel target dei destinatari, sia nell’ambito di applicazione, sia negli strumenti messi a disposizione delle imprese. Nonché nel nome stesso, che è diventato nel 2017 “Piano Impresa 4.0”, nel 2020 “Piano Transizione 4.0”, e nel 2024 “Piano Transizione 5.0”. Ripercorriamo brevemente queste tappe.

Il Piano Industria 4.0 del 2016

Il "Piano nazionale Industria 4.0" del settembre 2016 includeva una decina di misure fiscali e finanziarie per supportare le imprese manifatturiere italiane nell’innovazione e nella trasformazione digitale. Le principali erano Iperammortamento, Superammortamento, e Credito d’Imposta per Ricerca e Sviluppo.

L’Iperammortamento era una valutazione del 250% ai fini fiscali degli investimenti Industria 4.0, cioè in beni materiali nuovi, dispositivi e tecnologie abilitanti la trasformazione digitale, acquistati o in leasing. Calenda specificò che la misura si applicava agli investimenti in tecnologie di Advanced Manufacturing, Additive Manufacturing, Augmented Reality, Simulation, Horizontal/Vertical Integration, Industrial Internet, robotica, automazione, Cloud, Cybersecurity, Big Data & Analytics (vedi allegati A e B della legge 232/2016).

Il Superammortamento era una supervalutazione al 140% per tutti gli altri investimenti in beni strumentali nuovi, come macchinari e attrezzature, mentre il Credito d’Imposta per le spese incrementali in Ricerca e Sviluppo era del 50%. C’erano poi misure a sostegno di Startup e PMI Innovative, la “Nuova Sabatini” con contributi agli interessi sui finanziamenti bancari, e riduzioni di imposte per incentivare aumenti di capitale e reinvestimenti degli utili in azienda.

Gli impatti di Industria 4.0

Come accennato il piano ha avuto successo: esattamente un anno dopo il Ministro Calenda riferì che nel gennaio-giugno 2017 rispetto al 2016 c’era stato un aumento del 9% degli ordini interni (investimenti fissi lordi) di macchinari ed elettronica industriale, con ordini attesi ai livelli massimi dal 2010, e 10 punti di crescita in più sui macchinari rispetto alla Germania.

“L’anno scorso al momento della presentazione solo il 10% delle imprese conosceva il concetto di Industria 4.0, oggi solo il 10% non lo conosce”, disse allora Calenda.

Il Ministro preannunciò inoltre che nella Finanziaria 2018 gli incentivi fiscali - in primis iper e superammortamento - sarebbero stati rifinanziati, la platea ampliata (“d’ora in poi parleremo di Impresa 4.0 e non più di Industria 4.0, l’impegno si allarga dalla sola manifattura al mondo dei servizi”), e sarebbe stato introdotto anche il “Credito di imposta sulla Formazione 4.0” a sostegno dello sviluppo di competenze digitali, “su cui siamo rimasti indietro rispetto ai beni strumentali”.

Successivamente i risultati positivi del piano Industria 4.0 sono stati confermati da molte analisi e ricerche. L’Osservatorio Industria 4.0 del Politecnico di Milano per esempio ha quantificato il mercato Industria 4.0 in Italia nel 2018 a 3,2 miliardi di euro, con crescite del 30% nel 2017 e del 35% nel 2018, a cui si aggiungevano 700 milioni di indotto (servizi, consulenze, aggiornamenti di infrastrutture, ecc.).

Scendendo in dettaglio sulle tecnologie, l’Industrial IoT con un valore di 1,9 miliardi di euro (+40%) rappresentava da sola il 60% del mercato, seguita da Industrial Analytics, con 530 milioni (+30%), Cloud Manufacturing con 270 milioni (+35%), e Advanced Automation con 160 milioni (+10%).

L’Osservatorio aveva anche appurato tramite un’indagine che l’80% delle imprese italiane riteneva Industria 4.0 “una rivoluzione che porterà cambiamenti radicali con grandi potenzialità ancora da esprimere”, e solo il 20% la considerava una semplice evoluzione di trend precedenti.

Il piano Transizione 4.0: dall'iperammortamento al credito d'imposta

Nel 2020 poi al Piano Impresa 4.0 è subentrato il “Piano Transizione 4.0”, con una novità fondamentale: iperammortamento e superammortamento sono stati sostituiti dai crediti di imposta. Inoltre il credito di imposta R&S è stato ampliato a nuove categorie di progetti (innovazione tecnologica e design), l’accesso al credito di imposta “Formazione 4.0” è stato semplificato, ed è stata rifinanziata la Nuova Sabatini. Più in dettaglio, il credito d’imposta era del 6% per i beni strumentali “ordinari”, 40% fino a 2,5 milioni per i beni “impresa 4.0” strumentali (e 20% sulla quota eccedente i 2,5 milioni), e 15% sui beni “impresa 4.0” immateriali.

Negli anni seguenti, percentuali e limiti sono stati modificati, ma soprattutto la gestione degli incentivi fiscali Transizione 4.0 è stata inserita nel quadro degli investimenti perseguiti dal PNRR. In particolare la componente 2 della Missione 1 del PNRR prevede uno specifico programma di investimento per sostenere gli incentivi fiscali Transizione 4.0, cui sono stati destinati 13,4 miliardi di risorse NGEU (sovvenzioni) più 5,1 miliardi finanziati dal Fondo nazionale investimenti complementari.

Transizione 4.0, il bilancio di tre anni

Un primo parziale bilancio degli impatti di Transizione 4.0 emerge dal “Rapporto intermedio di valutazione dell’impatto economico degli interventi del “Piano Transizione 4.0”, redatto da un Comitato scientifico con rappresentanti di Ministero dell’Economia, Ministero delle Imprese e Made in Italy e Banca d’Italia, e pubblicato a novembre 2024. Secondo tale rapporto, nei primi tre anni di applicazione del Piano Transizione 4.0 (2020-2022) le imprese italiane hanno maturato 29 miliardi di euro di crediti d’imposta per investimenti nella digitalizzazione del sistema produttivo. Di questi, circa 23 miliardi (oltre l’80%), sono relativi a investimenti in beni materiali 4.0, che comunque comprendono anche una quota parte di beni immateriali, come il software “embedded” per il funzionamento dei dispositivi.

Le micro e piccole imprese hanno assorbito quasi il 50% dei crediti, pur rappresentando il 70% del dei beneficiari in numero, mentre per quanto riguarda i settori, il manifatturiero ha maturato oltre il 60% del credito complessivo legato agli investimenti in beni materiali 4.0, seguito da commercio e costruzioni.

Il Piano Transizione 5.0

Alla fine del 2023 poi l’Italia ha visto approvata dalla UE la sua richiesta di revisione del PNRR, con aggiunta tra l’altro del Capitolo RepowerEU (nuova Missione 7), che prevede ulteriori investimenti per la transizione dei processi produttivi verso modelli di produzione sostenibili. Il decreto legge del 2 marzo 2024 per l’attuazione di questo PNRR modificato ha quindi varato anche il nuovo “Piano Transizione 5.0”, con dotazione di 6,3 miliardi.

La novità principale di Transizione 5.0 è che l’obiettivo non è più solo di di favorire la transizione digitale dei processi produttivi delle imprese in senso lato (manifatturiere e non), ma anche la loro transizione energetica. Il piano consiste essenzialmente in un credito di imposta sulle spese effettuate tra il 1° gennaio 2024 e il 31 dicembre 2025 in asset digitali (beni 4.0 materiali e immateriali), asset necessari per l'autoproduzione e l'autoconsumo di energia da fonti rinnovabili (esclusa la biomassa), e formazione del personale in competenze per la transizione ecologica.

Tali investimenti devono essere a supporto di progetti di innovazione che comportano una riduzione dei consumi energetici non inferiore al 3% per l’intera struttura produttiva, o non inferiore al 5% per i processi interessati dall’investimento. Il credito d’imposta è del 35% per la quota di investimenti fino a 2,5 milioni di euro, del 15% per la quota tra 2,5 e 10 milioni, e del 5% per la quota oltre i 10 milioni di euro e fino al limite massimo di 50 milioni di euro per anno per impresa beneficiaria.

Transizione 5.0 però non ha avuto – almeno fino a fine 2024 – un’accoglienza paragonabile a quella del piano Industria 4.0 per diversi problemi, che hanno creato incertezza nelle imprese. Il principale è la complessità della procedura per ottenere le agevolazioni, che richiede tra l’altro valutazioni, perizie e certificazioni da parte di diversi professionisti esterni. Altri ostacoli sono stati i ritardi nell’approvazione dei decreti attuativi, e nell'accesso concreto alla misura, che è partita operativamente solo ad agosto con l’attivazione del portale del GSE (Gestore dei servizi energetici) su cui vanno prenotati i benefici fiscali.

Per avere un'idea, secondo il Sole 24 Ore nei primi tre mesi di accessibilità del piano sono stati prenotati crediti d’imposta per soltanto 99 milioni di euro, l’1,6% dei 6,23 miliardi disponibili, da parte di sole 324 imprese.

Le semplificazioni della legge di Bilancio 2025

Per tutti questi problemi il Governo ha deciso di introdurre dei correttivi nella Legge di Bilancio 2025, varata poche settimane fa.

Per Transizione 5.0 è stata ampliata la platea dei beneficiari, semplificate le procedure burocratiche per determinare il risparmio energetico, ridotti da 3 a 2 gli scaglioni degli investimenti ammissibili e la relativa percentuale del credito d’imposta, estesa la possibilità di cumulo con altre agevolazioni, e incrementata la base di calcolo del credito d’imposta per alcuni tipi di acquisto di impianti fotovoltaici. Più in dettaglio dal 1° gennaio 2025 il credito d’imposta riconosciuto è pari al 35% dell’investimento per la quota fino a 10 milioni di euro, e al 5% per la quota oltre i 10 milioni e fino al limite massimo di 50 milioni per anno per impresa beneficiaria.

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