: L'innovazione per le PMI al centro dell'evento del prossimo 24 febbraio 2026 | Lainate (Milano) | La Pista
Diversi studi citati nel report dimostrano che il risparmio di energia legato alle nuove forme di organizzazione flessibile del lavoro è altamente variabile.
Il lavoro da remoto può ridurre traffico, inquinamento e consumi energetici, ma non può essere considerato una leva “green” in sé, in quanto i benefici dipendono da variabili come le abitudini di consumo e l’efficienza energetica dei mezzi di trasporto e dei luoghi in cui si svolge l’attività. È quanto emerge dallo studio Remote Work: Evolving Travel Behaviours and Their Impacts on Environmental Sustainability, curato dai ricercatori ENEA Roberta Roberto e Alessandro Zini e pubblicato in un volume dell’ISPI - Istituto per gli studi di politica internazionale (pag. 101).
“Spostare il lavoro dall’ufficio ad altre sedi come l’abitazione o centri di co-working incide sulla domanda di mobilità, con ricadute su traffico, consumi e qualità dell’aria”, spiegano i due autori. “Tuttavia - aggiungono - la riduzione di consumi ed emissioni è tutt’altro che scontata e può essere attenuata da diversi fattori, come i cosiddetti effetti rimbalzo. Ad esempio, chi si trasferisce in aree periferiche potrebbe andare incontro ad un aumento delle distanze percorse che vanificherebbe i vantaggi ambientali ottenuti dalla riduzione del numero di viaggi”.
Tuttavia, la riduzione del traffico da sola non basta. “L’aumento delle ore trascorse in casa per motivi professionali comporta un consumo di energia per riscaldamento, raffrescamento, illuminazione ed elettronica che rischia di annullare i vantaggi ambientali ottenuti dalla riduzione degli spostamenti, soprattutto se gli uffici restano comunque operativi e non sono gestiti in modo efficiente”, sottolineano i ricercatori.
Diversi studi citati nel report dimostrano che il risparmio di energia legato alle nuove forme di organizzazione flessibile del lavoro è altamente variabile, in quanto influiscono - oltre alle modalità di spostamento e ai mezzi utilizzati - il numero dei giorni in cui si lavora da remoto, l’efficienza energetica di edifici, impianti e dispositivi, l’uso ottimizzato delle tecnologie digitali e, da non trascurare, anche le abitudini comportamentali e di occupazione degli spazi. I ricercatori ENEA sottolineano che il lavoro da remoto potrebbe innescare un circolo virtuoso, stimolando una maggiore consapevolezza sui consumi energetici, promuovendo interventi di riqualificazione sostenibile degli edifici e rafforzando l’efficacia delle politiche pubbliche per l’efficientamento energetico del patrimonio abitativo.
Sono stati analizzati studi che hanno rilevato una riduzione dei consumi principalmente correlata al numero di giorni di lavoro da remoto (almeno 3 alla settimana). Mentre, in alcuni scenari, si è riscontrato che i consumi complessivi possono addirittura aumentare.
Ad esempio, il report ha preso in esame anche un’indagine condotta da ENEA su circa 2mila dipendenti in telelavoro della pubblica amministrazione in quattro città italiane (Bologna, Roma, Trento e Torino). “Si tratta di una delle più complete indagini empiriche sulle abitudini di mobilità in Italia, che stima l’impatto su consumi ed emissioni degli spostamenti in regime di telelavoro”. In media, prima dell’adozione del telelavoro il campione percorreva circa 30 km al giorno per recarsi in ufficio, con un tempo medio di viaggio di 1 ora e 20 minuti. Una quota significativa – circa il 12% – affrontava tragitti particolarmente lunghi, superiori ai 100 km al giorno. Roma si distingueva come il caso più critico, con un tragitto medio di 2 ore, probabilmente a causa di distanze maggiori e di una grave congestione del traffico. Prima dell’adozione del lavoro da remoto, i veicoli privati dominavano i modelli di spostamento, con il 47% del campione che utilizzava l’auto. In media, il lavoro da remoto per 2,1 giorni a settimana ha comportato un risparmio giornaliero di 6 kg di emissioni di CO₂ e di 85 MJ di carburante per lavoratore (pari a 260 litri di benzina o 237 litri di gasolio). Su un anno lavorativo standard di 48 settimane, ogni telelavoratore ha risparmiato quindi circa 600 kg di CO₂ e 8,6 GJ di carburante. Le riduzioni delle emissioni più significative si sono verificate in città come Roma, dove i tragitti sono in media più lunghi e l’uso del trasporto privato è prevalente. Lo studio ha anche evidenziato un effetto rimbalzo limitato però a un incremento della mobilità di quartiere.
Azioni consigliate dallo studio: pianificare, connettere e coinvolgere
Secondo lo studio le azioni decisive per decretare o meno il successo del lavoro da remoto sono sintetizzabili in tre verbi: pianificare, connettere e coinvolgere.
Pianificare significa ripensare la “forma” delle città per renderle più efficienti e vivibili; questo comporta contrastare l’espansione urbana disordinata, promuovendo modelli di città compatta, dove abitazioni, uffici e servizi siano vicini e ben integrati, e prevenendo un aumento incontrollato dei prezzi e spinte centrifughe verso le periferie.
Connettere vuol dire costruire reti di accessibilità che riducano la dipendenza dall’auto privata con investimenti mirati nel trasporto pubblico e in infrastrutture per la mobilità attiva, come piste ciclabili e percorsi pedonali sicuri in ogni quartiere.
Coinvolgere rappresenta la dimensione umana del cambiamento urbano con campagne di sensibilizzazione che non si limitino a informare, ma che motivino comportamenti sostenibili e favoriscano la partecipazione pubblica, grazie anche a meccanismi di feedback e valutazione continua, per adattare le strategie alle esigenze locali.
“La maggior parte degli studi finora pubblicati si basa su analisi di casi specifici che riflettono l’eccezionale variabilità dei contesti sociali, economici e ambientali e non offrono conclusioni generalizzabili. Quantificare gli effetti netti del lavoro da remoto in termini di consumi di energia ed emissioni rimane una sfida ancora aperta e oggi più che mai urgente, vista la portata delle implicazioni collettive, ed è per questo che il piano di analisi e di intervento non deve limitarsi all’azienda o ai comportamenti individuali, ma deve abbracciare l’organizzazione delle città nel loro insieme”, concludono i ricercatori ENEA.
Entro il 29 maggio 2026, l’Italia dovrà recepire nel proprio ordinamento la direttiva europea che per gli edifici residenziali impone una riduzione dei consumi energetici del 16% entro il 2030 e del 20-22% entro il 2035. Secondo le stime questa rivoluzione in ambito immobiliare costerà al nostro Paese circa 85 miliardi di euro entro il 2030 solo in termini di riqualificazione energetica generando un giro d’affari da 280 miliardi di euro tra impatti diretti, indiretti e indotto.
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