Le elevate temperature estive e le ridotte precipitazioni invernali non consentono al ghiacciaio di rimanere in equilibrio.
Si è conclusa con successo la settima edizione della Campagna Glaciologica Partecipata sulla Marmolada promossa dal Museo di Geografia dell’Università di Padova, che ha visto la collaborazione tra i ricercatori dell’Università di Padova, l’ARPAV Centro Valanghe di Arabba, il Comitato Glaciologico Italiano, studenti e cittadini volontari. La campagna 2025 ha permesso di raccogliere dati aggiornati, fondamentali per continuare il monitoraggio del ghiacciaio principale delle Dolomiti e comprendere meglio l’impatto dei cambiamenti climatici a scala locale.
Alle attività di monitoraggio svolte sul ghiacciaio hanno partecipato venti persone, tra cui escursionisti esperti ma anche appassionati e curiosi. I dati raccolti confermano il continuo ritiro della Marmolada, con un arretramento medio sui segnali frontali misurati di 7 metri rispetto all’anno precedente e un generale assottigliamento delle fronti sempre riferito al 2024, confermando la tendenza osservata negli ultimi anni, nonostante alcune fasi relativamente fresche nel periodo estivo, con una nevicata che ha imbiancato il ghiacciaio a fine agosto.
«I dati raccolti quest’anno confermano il trend degli ultimi decenni, e dimostrano che - al di là di alcune fasi relativamente fresche - le elevate temperature estive e le ridotte precipitazioni invernali non consentono al ghiacciaio di rimanere in equilibrio - commenta Mauro Varotto, responsabile delle misurazioni sulla Marmolada, dell’Università di Padova e autore del recente volume La lezione della Marmolada (People edizioni, 2025) - un libro che illustra le diverse sfaccettature della crisi del ghiacciaio. Ma al di là delle dimensioni del ritiro, ciò che impressiona è il progressivo assottigliamento delle fronti, la comparsa di detrito superficiale e finestre rocciose sempre più ampie all’interno del ghiacciaio, il che non fa ben sperare per l’evoluzione dei prossimi decenni. Il paesaggio glaciale è ormai un relitto del passato che non appartiene più al nostro tempo, se non in forma inerziale».
«La campagna ha permesso di osservare le ricadute del cambiamento climatico sull’industria dello sci nei territori di alta quota: la comparsa di tubi in prossimità delle fronti dimostra che è necessario sparare neve artificiale con i cannoni a quote sempre più alte, per poter avere più giorni 2 neve a disposizione - sottolinea Alberto Lanzavecchia dell’Università di Padova -. Ma questo impatta in maniera pesante sulla criosfera e sul paesaggio glaciale: i teli geotermici, in particolare, svettano sempre di più dalla superficie del ghiacciaio: un “altare” alla pratica dello sci mentre tutto intorno il ghiacciaio viene sacrificato al nostro divertimento e al nostro modello di sviluppo dissipativo».
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