Nonostante il primato europeo per numero di PMI e distretti industriali, l’Italia fatica a trasformare il proprio potenziale scientifico in innovazione d’impresa. Una nuova analisi del TEHA Club propone una strategia di "techshoring" per colmare il divario e rilanciare la competitività del Paese.
L’Italia si conferma la prima economia europea per numero di piccole e medie imprese manifatturiere, contando oltre 338 mila aziende e 115 distretti industriali ad elevata produttività. Tuttavia, questo solido tessuto produttivo non riesce a generare un numero adeguato di startup ad alto valore tecnologico: negli ultimi venticinque anni, il Paese ha dato vita a sole 9 mila aziende innovative, un dato nettamente inferiore rispetto a quello di nazioni come la Germania o la Francia. La ricerca “Le grandi tecnologie del futuro”, condotta da TEHA Club e InnoTech Hub, evidenzia come la catena che dovrebbe collegare la ricerca accademica al mercato si interrompa sistematicamente, disperdendo un patrimonio di conoscenze che altri ecosistemi internazionali riescono invece a capitalizzare.
Il problema è strutturale e coinvolge anche il capitale umano. Sebbene l’Italia formi ogni anno 119 mila laureati STEM, attestandosi al quarto posto in Europa, ben 20 mila di questi talenti scelgono di emigrare all’estero. A questa emorragia si somma una domanda interna ancora acerba: solo il 2% delle offerte di lavoro pubblicate riguarda le cinque tecnologie strategiche identificate dallo studio - energia e acqua, AI e quantum, robotica e sistemi autonomi, biotecnologie e materiali avanzati, e infine difesa, spazio e sicurezza. A complicare ulteriormente il quadro vi è un’eccessiva concentrazione geografica delle competenze: l'innovazione tecnologica italiana è quasi totalmente confinata all'asse Torino-Milano-Bologna-Roma, lasciando gran parte del Mezzogiorno - con la sola eccezione di Napoli - ai margini della nuova rivoluzione digitale.
Secondo il TEHA Club, per trasformare l'eccellenza scientifica in innovazione industriale è urgente implementare una strategia di techshoring, che allinei la produzione nazionale ai macro-trend globali. La ricerca individua tre punti di rottura critici: l'eccessiva focalizzazione delle carriere accademiche sulle sole pubblicazioni a discapito dei brevetti, la carenza di competenze di business nelle strutture di trasferimento tecnologico e, infine, l’assenza di fondi di venture capital con competenze verticali specifiche.
Per invertire questa tendenza, vengono avanzate quattro proposte concrete: riformare i criteri di valutazione della ricerca accademica, introducendo metriche legate all'impatto industriale sul modello di Paesi come il Regno Unito o la Francia; trasformare gli Uffici di Trasferimento Tecnologico in veri centri di business development; assegnare KPI misurabili agli enti di ricerca pubblica come CNR, IIT ed ENEA, legando parte del finanziamento ai risultati raggiunti in termini di spin-off e brevetti; e infine rafforzare l’ecosistema finanziario attirando fondi di venture capital specializzati. Solo attraverso scelte coraggiose e investimenti mirati, l’Italia potrà colmare il divario tecnologico e trasformare il suo storico primato manifatturiero in un moderno hub di innovazione competitivo su scala globale.
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