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Giuria americana si schiera con OpenAI e respinge la causa da 150 miliardi di dollari intentata da Elon Musk

Verdetto unanime a Oakland: le accuse di aver tradito la missione no-profit originale sono state presentate oltre i termini massimi di prescrizione previsti dalla legge.

Intelligenza Artificiale

La durissima battaglia legale che ha contrapposto l'uomo più ricco del mondo ai pionieri del boom dell'intelligenza artificiale si è conclusa con una vittoria netta e schiacciante per i creatori di ChatGPT. Una giuria federale di Oakland, in California, ha emesso un verdetto unanime a favore di OpenAI, del CEO Sam Altman e del presidente Greg Brockman, respingendo in blocco la causa miliardaria intentata da Elon Musk. I nove giurati, dopo aver esaminato centinaia di prove e ascoltato undici giorni di testimonianze incrociate, hanno impiegato meno di due ore di camera di consiglio per stabilire che il patron di Tesla e xAI ha atteso troppo tempo prima di adire le vie legali, facendo di fatto decadere le sue pretese per il superamento della prescrizione (statute of limitations). Il giudice distrettuale Yvonne Gonzalez Rogers ha accolto immediatamente il verdetto consultivo della giuria, archiviando il procedimento sul posto.

Al centro della disputa legale, iniziata nel 2024, vi era la pesante accusa mossa da Musk secondo cui i vertici di OpenAI avrebbero orchestrato una vera e propria "rapina ai danni di un ente benefico". Cofondatore della startup nel 2015 con l'intento di sviluppare un'intelligenza artificiale sicura a beneficio dell'umanità, il miliardario sosteneva di essere stato manipolato per donare circa 38 milioni di dollari prima che l'organizzazione deviasse segretamente verso un modello commerciale a scopo di lucro, cementato dallo storico accordo multimiliardario con Microsoft. Con la sua azione legale, Musk non chiedeva solo un risarcimento monumentale da 150 miliardi di dollari da ridistribuire alla divisione no-profit, ma pretendeva la rimozione forzata di Sam Altman e Greg Brockman dai loro ruoli societari e lo smantellamento dell'intera struttura for-profit della compagnia.

La linea difensiva di OpenAI ha scardinato l'impianto accusatorio facendo leva sulla cronologia dei fatti e sulle reali motivazioni del miliardario, descrivendo la causa come un tentativo ipocrita di sabotare un concorrente per favorire xAI. I legali della società hanno dimostrato che lo stesso Musk, prima di abbandonare il consiglio d'amministrazione nel 2018 in seguito a una fallita scalata aziendale, avesse attivamente proposto la creazione di un'entità commerciale e persino una fusione con Tesla per raccogliere i capitali necessari alla ricerca. Poiché la transizione verso la struttura a profitto limitato era stata annunciata pubblicamente nel marzo del 2019, la giuria ha stabilito che Musk fosse perfettamente a conoscenza dei piani industriali ben prima del limite di sbarramento dei tre anni previsto dalla legge californiana, perdendo così il diritto di contestarli in aula.

Sotto il profilo strettamente giuridico, il verdetto della giuria non è entrato nel merito della questione morale – ovvero se OpenAI abbia effettivamente tradito o meno i suoi ideali originari – ma si è limitato a sancire l'inammissibilità temporale del ricorso. Nonostante Musk abbia aspramente criticato l'esito del processo sui social media, liquidandolo come una sconfitta legata a un semplice "cavillo del calendario" e annunciando l'intenzione di ricorrere in appello, la sentenza produce effetti macroeconomici di portata storica per l'intero comparto tecnologico. L'archiviazione della causa cancella infatti l'ombra di un potenziale e caotico stravolgimento societario, spianando definitivamente la strada a OpenAI per procedere verso la sua imminente quotazione in borsa (IPO) che potrebbe proiettare il valore di mercato dell'azienda verso la sbalorditiva cifra di mille miliardi di dollari.

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