Lo studio apre nuove prospettive per il monitoraggio delle riserve d’acqua legate al ghiaccio nel sottosuolo, offrendo uno strumento predittivo cruciale contro il cambiamento climatico.
Un innovativo studio coordinato dal Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa ha dimostrato l'efficacia dell'intelligenza artificiale nell'individuare automaticamente la presenza di permafrost lungo i versanti montani. La ricerca ha portato allo sviluppo di un framework tecnologico focalizzato sul rilevamento automatico dei rock glacier, ovvero quegli accumuli di detriti e ghiaccio tipici degli ambienti ad alta quota che fungono da indicatori geomorfologici del terreno congelato.
La nuova metodologia scientifica è stata interamente implementata all’interno della piattaforma Google Earth Engine. Il sistema sfrutta la potenza del dataset Satellite Embedding prodotto da AlphaEarth Foundations di Google DeepMind, il quale elabora vettori ad alta dimensionalità derivati dall’integrazione di dati satellitari multi-sensore e multi-temporali. Questa tecnologia consente di trasformare le informazioni spaziali in vettori a 64 dimensioni per ogni singolo pixel, permettendo agli algoritmi di riconoscere pattern geomorfologici complessi e di mappare le forme del terreno con una risoluzione di 10 metri per pixel.
L'applicazione pratica di questo modello, guidata da tecniche avanzate di Machine Learning, ha già dato risultati concreti sul campo. Come spiegato dal team di ricerca, l'analisi ha permesso di localizzare automaticamente 621 rock glacier in un’area delle Alpi Occidentali, raggiungendo un livello di accuratezza statistica pari all’85,7%. Questa mappatura digitale ha consentito di perimetrare con precisione un’estensione di permafrost di circa 32 chilometri quadrati.
Le ricadute di questo traguardo tecnologico sono di fondamentale importanza per la salvaguardia ambientale. L'approccio apre infatti la strada a un monitoraggio accurato e su larga scala delle principali catene montuose del pianeta, specialmente in quelle regioni dove il ghiaccio intrappolato nel sottosuolo costituisce una riserva strategica di acqua allo stato solido. La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Earth Systems and Environment, è stata realizzata grazie alla collaborazione e al cofinanziamento di ARPA Piemonte, dell’Università di Aberdeen, dell’Università di Torino e del Laboratorio Georadar dell’Ateneo pisano.
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