Un nuovo studio ENEA rivela che la scelta delle specie arboree è la variabile cruciale per ridurre la mortalità urbana e migliorare realmente la qualità dell’aria nelle città.
Le foreste periurbane rappresentano un potenziale scudo contro le temperature estreme e l’inquinamento atmosferico, ma la loro efficacia dipende in maniera critica dalla corretta progettazione. Secondo uno studio coordinato dall’ENEA, in collaborazione con l’Università di Milano-Bicocca, il Cnr e l’istituto francese ACRI-ST, pubblicato su Communications Earth & Environment, non è sufficiente piantare alberi in modo indiscriminato: la scelta delle specie arboree è fondamentale per determinare se il verde urbano si tradurrà in un beneficio o in un rischio per la salute dei cittadini. Analizzando scenari di piantumazione in tre città europee, tra cui Firenze, i ricercatori hanno evidenziato che alcune piante emettono elevate quantità di composti organici volatili biogenici (BVOC). Sebbene siano naturali meccanismi di difesa delle piante, questi composti, una volta immessi nell’atmosfera, reagiscono formando ozono troposferico e particolato fine (PM2.5), peggiorando la qualità dell’aria anziché risanarla. È quanto accade con la quercia farnia, mentre specie a basse emissioni di BVOC, come il pino domestico o il pino nero, si sono rivelate scelte molto più oculate per proteggere il benessere pubblico.
Sul fronte climatico, lo studio chiarisce che le foreste periurbane hanno un impatto limitato sulle temperature massime estive, poiché queste dipendono prevalentemente da dinamiche meteorologiche di larga scala, mentre esercitano un’influenza molto più tangibile sulle temperature minime notturne, che sono maggiormente sensibili alle condizioni locali. Nonostante questo limite, il beneficio sulla salute risulta inequivocabile: la messa a dimora di specie a basse emissioni di BVOC contribuisce concretamente a ridurre la mortalità urbana legata allo stress termico, un fattore di rischio sempre più pressante per una popolazione che tende ad invecchiare. Le differenze osservate tra Firenze, Zagabria e Aix-en-Provence suggeriscono che le soluzioni verdi non possono essere standardizzate, ma devono essere pensate a livello locale, evitando generalizzazioni che potrebbero generare impatti ambientali controproducenti invece di proteggere i cittadini.
Il rischio opposto, ovvero un’urbanizzazione selvaggia che prosegue rimuovendo la vegetazione urbana e periurbana, comporterebbe un incremento significativo dei costi sanitari e sociali. L'aumento della mortalità, causato principalmente dai giorni di stress termico, porterebbe con sé un impatto economico devastante, quantificabile in centinaia di milioni di euro per le singole città a causa dell'incremento di decessi e ospedalizzazioni. Integrare la natura nel tessuto urbano, agendo con rigore scientifico e selezionando attentamente le specie vegetali, rimane dunque una strategia di sopravvivenza essenziale per le metropoli moderne, chiamate a combattere l'inquinamento atmosferico e l'intensificarsi delle ondate di calore in un contesto di cambiamento climatico globale.
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