Il sistema permette di individuare rapidamente il polietilene, polimero non biodegradabile, presente nelle bioplastiche in quantità superiore al limite massimo consentito dalla norma EN 13432, assicurando la qualità del prodotto e contrastando i casi di contraffazione che danneggiano il compost prodotto.
Autore: Redazione InnovationCity
Fornire uno strumento affidabile per individuare e quantificare il materiale non biodegradabile aggiunto in maniera fraudolente nel processo di produzione degli imballaggi in plastica biodegradabile e compostabile. È questo l’obiettivo dello studio condotto da un team del Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale dell’Università di Pisa, guidato da Erika Ribechini, professoressa ordinaria di Chimica, insieme al dottor Marco Mattonai, dalla dottoressa Federica Nardella e dalla dottoranda Marta Filomena. La ricerca, pubblicata sul Journal of Analytical and Applied Pyrolysis, è il frutto di una collaborazione con Biorepack, il consorzio nazionale per il riciclo organico delle bioplastiche compostabili.
Lo studio risponde a un problema ancora poco noto ma di grande rilevanza ambientale e normativa: la normativa europea stabilisce un limite massimo dell’1% in peso di polietilene, proprio per garantire la corretta compostabilità e biodegradabilità delle bioplastiche. Fino a oggi mancava tuttavia un metodo efficace per verificarne la presenza. I nuovi strumenti sviluppati a Pisa colmano questa lacuna.
“Non è sufficiente etichettare un prodotto come biodegradabile e compostabile: è essenziale verificarne l’effettiva conformità, per evitare che i residui plastici persistano nell’ambiente per anni”, sottolinea Marco Mattonai.
Lo studio ha portato allo sviluppo di un innovativo protocollo chimico-analitico in grado di quantificare in modo rapido e preciso il polietilene, materiale non biodegradabile, il cui utilizzo, al di fuori di minimi quantitativi leciti ammessi dalla norma, è espressamente vietato all’interno delle bioplastiche. Obiettivo: contrastare l’illegalità nel settore degli imballaggi, con molteplici e rilevanti vantaggi ambientali. Un controllo più rigoroso dei materiali compostabili contribuisce infatti a ridurre il rilascio di microplastiche nel suolo e nelle acque, migliora la qualità del compost impiegato in agricoltura e scoraggia l’uso improprio delle diciture “biodegradabile” e “compostabile”, tutelando le imprese che operano legalmente nel rispetto delle normative italiane e comunitarie in materia.
“Con le metodiche analitiche che abbiamo sviluppato è finalmente possibile effettuare controlli affidabili anche su campioni complessi, in tempi rapidi e con costi contenuti, offrendo uno strumento concreto a tutela dell’ambiente e della trasparenza verso i consumatori”, aggiunge Erika Ribechini.
Sul piano operativo, il protocollo si basa su tecniche di pirolisi analitica accoppiata a spettrometria di massa, capaci di rilevare concentrazioni di PE anche inferiori all’1%, in linea con i limiti di legge. Questo lo rende uno strumento efficace sia per il controllo di qualità in ambito industriale, sia per la sorveglianza ambientale.